Artefatto It’s me! Mostra di artisti under 31/ Trieste

Questa è una delle occasioni in cui devo vincere la pigrizia e aggiornare il blog, perché ho partecipato all’undicesima edizione di Artefatto, un concorso per giovani artisti bandito dal comune di Trieste ed è stata un’esperienza bellissima.

Diverse settimane fa mandai una delle mie fotografie che meglio credevo interpretassero il tema di It’s me!, corredata di portfolio e scheda di partecipazione. Con mia grande sorpresa pochi giorni dopo la chiusura delle iscrizioni sono stata selezionata e contattata. Per ognuno dei 40 artisti selezionati degli oltre 130 partecipanti è stata offerta ospitalità in albergo e l’opportunità di parlare con quattro gallerie di Trieste. La sera del mio arrivo in città c’era l’inaugurazione, con tanto di band jazz del conservatorio a suonare, artisti partecipanti, organizzatori, fotografi e…buffet! Un’organizzazione impeccabile e un’accoglienza che non dimenticherò.

La mostra (obiettivamente) è davvero interessante. La selezione degli artisti è stata molto oculata, con una grande varietà di tecniche e di contenuti. Mi sono sentita onorata di farne parte e anche spronata nel migliorare la quantità e la qualità dei miei lavori.

All’ingresso sono rimasta particolarmente colpita dall’opera di Alexo’, un’istallazione interattiva il cui vari bracci di legno giravano su un perno di acciaio producendo suoni diversi e proiettando sul soffitto le ombre di croci e intersezioni.

A destra, la mia opera, di una serie di cui ho già parlato su questo blog, che indaga il movimento. Un autoritratto in bianco e nero che condensa in uno vari attimi (e che mi fa somigliare un po’ ad uno spettro!).

Poi l’opera di Eleonora Tanucci “Do ut des”, un telo di plastica con tante tasche contenitore, dove ogni passante è invitato a prelevare qualcosa in cambio di qualcos’altro di sua appartenenza.

Ancora le foto di Giulia Francini “Rumore bianco” dove il rapporto tra soggetto e sfondo viene ribaltato in quanto lo sfondo viene applicato al posto del soggetto. Questo, dice l’autrice, crea uno slittamento della percezione ponendoci in un’atmosfera vaga, permeata da un senso di  manchevolezza della rappresentazione.

E ancora il trittico di fotografie di Diletta Allegra Mazza “Ricordi di famiglia” attraverso il quale lei indaga il rapporto tra la sua persona, la sua fisionomia e la fotografia di una bisnonna, il bianco e nero, gli sguardi e il tocco di fuxia acrilico (il colore dell’anno), sono i tre elementi che rendono le foto magnetiche.
Ho apprezzato molto l’opera fotografica “Me (I am but do not have myself)” di Damiano Fina, una serie di scatti posti sotto uno spesso strato di plexiglass, in cui il soggetto è l’autore che ha chiesto di essere fotografato a due amiche, cercando l’essenza dell’immagine che queste hanno di lui e della loro esperienza insieme. In questo caso ho ripreso la spiegazione dell’opera che mi pareva essere più che esaustiva per il suo lavoro. Damiano mi ha affascinato anche per le sue performance, spesso a sfondo rituale.

Accanto a lui, la grande tela nera disegnata con pennarello bianco di Marco Lopez, una serie di disegni in cui ci si può perdere per un bel po’, in cui si sente una forte necessità espressiva.

Nelle stanze adiacenti altre opere interessantissime. I disegni dei taccuini di Veronica Guerra per l’opera 8,219178082191781. Questi disegni, insieme ad altri appunti, documentano la durata in anni del ciclo mestruale nell’arco della vita media di una donna: 8,219178082191781.

Il quadro di Sofia Battisti “Autoritratto”  dove è ritratto un asino con la giacca, è un concentrato di colori ma anche di macchie nere che fanno capolino ed è corredato da una descrizione che è parte integrante dell’opera: “Ho deciso di realizzare questo mio autoritratto, proponendo l’asino come animale simbolico nella sua versione stereotipata, decontestualizzandolo dai consueti pregiudizi e vestendolo con abiti classici da uomo in carriera”:

Dall’altro lato della stanza il dipinto di Leone Maria Kervischer “Mirror Maze”, mi ha folgorato in quanto visivamente mi ricorda molto una tecnica che io stessa sto sperimentando per ritrarre il nudo e cioè quella pittura materica delle opere di Lucien Freud e Jenny Saville.
Poi, l’opera di Fabio Ranzolin  “Unhinabited Days”, ruota tutta intorno al concetto dello scorrere del tempo. È la catalogazione di un anno intero e viene realizzata ad intervalli di 4 anni. Il lavoro è una lista di giorni ordinari, trascorsi senza particolari avvenimenti o sensazioni significative. Scritti e incorniciati in un grande foglio, il quadro posato a terra, sopra a due pietre.

I ritratti dal futuro su pannelli arrugginiti di Dissenso Cognitivo mi hanno fatto balenare alla mente un sacco di nuove idee.

E poi, molti altri artisti che non ho il tempo di annotare hanno contribuito a creare una mostra davvero intensa e sono felice che finalmente anche quando di parla di giovani artisti ci sia una selezione così accurata basata sulla qualità, più che su tutto il resto. Aspetto con piacere il catalogo e consiglio a tutti di farsi un giro a Trieste entro il 5 giugno, così da non perdersi questa bella mostra a ingresso gratuito nella stupenda sede di Palazzo Gopchevich (che i triestini conoscono meglio come il vecchio teatro”).

La città è veramente splendida, si mangia bene, le persone sono gentilissime. Ci sono molti piccoli musei interessanti e una gran quantità di caffé letterari, tra i quali il più antico è il Caffé San Marco, un’ambiente grande ed elegante, in cui abbiamo avuto occasione di fare colloqui personali con i galleristi di Double Room, Galleria Trart, Spazio C01, EContemporary. Dopo una serie di consigli veramente utili su come potrei continuare il mio lavoro, è rimasto il tempo per godersi un po’ il mare, un piatto di spaghetti con le alici, riposarsi ed era già ora di ripartire. Sono sul treno che mi riporterà a Bologna, il vento e il fresco di Trieste già mi mancano un po’ ma credo che tornerò presto e nel frattempo…Ho nuovi amici da ogni parte d’Italia! 🙂

Qui una piccola galleria di alcune opere citate. Le foto non rendono al massimo, ne potete trovare altre qui a questa pagina facebook.

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Ma cos’è l’Arte Contemporanea?

E’ abbastanza oggettivo che oggi ci troviamo in una situazione in cui le arti contemporanee sono diventate il regno del qualunque-cosa-come tale. L’arte si identifica con il non-importa-che-cosa, assume qualsivoglia contenuto. Vi è una totale cofusione a proposito, una confusione che getta l’ignaro nel panico più totale e l’artista nello sconforto più totale. Non è difficile rendersene conto: questo è un processo storico enorme, comune al capitalismo e al denaro.
Viene da chiedersi: se tutto ciò che accade o potrebbe accadere è potenzialmente arte, la vita stessa è arte? E solo ciò che non accade sarà impossibile che diventi arte?
Non esiste una vera e propria risposta. Lo so, vi aspettavate che scrivessi proprio quella frase inconcludente e frustrante.  D’altra parte, come sostiene il mio prof. di Estetica (i cui libri sono le fonti per questo articolo*), questo è un dilemma che si potrebbe estendere ad altri argomenti, tra cui, non a caso, il sacro.
Il sacro e l’arte, vi sembrano due cose del tutto opposte? Ebbene, sono più simili di quanto pensiate. Proprio come non esiste un artistico in sè, non esiste un sacro in sè. Il più disparato insieme di cose può prestarsi alla sacralizzazione. Nè l’avanguardia radicale dell’arte nè il sacro chiedono una comprensione analitica. Chiedono “fede”.  Cioè di credere in ciò che propongono.
A questo punto lo spettatore non specialistico dice di “non capire”, ma spesso non c’è nulla da capire. Anzi, qualcuno dice che l’Arte Contemporanea è da…sentire. Ma resta il fatto che l’opera d’arte tende all’essere giudicata mediante la fede. Proprio in mancanza di criteri estetici oggettivi, di standard riconoscibili, la fede trova fondamento nella persona stessa dell’artista. E’ l’essere artista che legittima l’opera che fai.

Duchamp, La fontaine, 1917
Prendendo in esame il caso di colui che ha originato tutto, Marcel Duchamp, ci rendiamo conto che se fosse stato un operaio qualunque ad esporre per la prima volta un orinatoio decostentualizzandolo, probabilmente gli avrebbero riso contro. Egli infatti si era già affermato nel campo dell’arte e quindi poteva azzardare. In fine, c’è un altro dato importante che determina ciò che noi oggi conosciamo come arte contemporanea; lo stesso che determina l’ascesa e la rovina di ogni altro prodotto del mercato, cioè il suo pubblico. Il pubblico dell’arte è il primo propulsore del cambiamento di statuto dell’oggetto. E’ il popolo che decide in ultima istanza cosa è arte e cosa non lo è. Lo stesso Duchamp è chiaro al riguardo: la sua Ruota di bicicletta , non era esposta nemmeno come oggetto. Era un aggeggio utile all’artista per osservare la morfologia di una ruota in movimento. Solo dopo la gente l’ha scoperto e ha pensato che fosse qualcosa di cui parlare.


So che leggendo, qualche frase avrà suscitato un sorriso.  Proprio questa ironia, però, è una delle poche cose certe, una caratteristiche strutturale dell’arte contemporanea. Il suo spirito furbastro e provocatorio. E’ la clownerie. E quella dell’artista è la saggezza folle del comico, consapevole di creare equivoci naturali.

*Fonti e citazioni dalla Mosca di Dreyer, di Massimo Carboni