Analisi del tempo in relazione alla fotografia.

Ciò che io posso definire non può realmente pungermi. L’impossibilità di definire è un buon sintomo di turbamento.”
Roland Barthes

Possiamo avanzare per due grandi vie: l’una scientifica, per l’analisi e lo studio singolare di tutti i movimenti, l’altra artistica, per la rievocazione della sensazione dinamica che la parte trascendentale di un gesto produce nella nostra retina, sui nostri sensi e sul nostro spirito.”

Bragaglia

 

Quando ho iniziato ad utilizzare la macchina fotografica ciò che ha da subito attirato la mia attenzione è stata la possibilità di modificare i tempi di apertura del diaframma come desideravo. Mi piaceva l’idea di potermi muovere in un determinato modo e di ottenere in fine una sola immagine che racchiudesse una serie di movimenti e di linee che non mi sarei mai aspettata.
Trovo che sia molto stimolante approfondire la ricerca quando qualcosa ti turba o ti angoscia. Le immagini che contengono figure dai contorni indefiniti, linee che si compenetrano, suscitano questo genere di sentimenti, perché non sai esattamente spiegarti ciò che hai davanti. Sempre Barthes in proposito afferma: “Se sono angosciato, è perché talora sono vicino al nocciolo, è perché ci sono: nella tale foto, io credo di scorgere i lineamenti della verità”.

I corpi delle mie foto si dissolvono quasi a mostrare l’aspetto interiore, a mettere in mostra qualcosa di inconscio. In questa ricerca, ho trovato molte corrispondenze nei lavori dei Anton Giulio Bragaglia e di Giovanni Ziliani.

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Francesca Bartalucci – La Rosa – 2013

Partendo dal principio, andando in ordine cronologico, c’è la ricerca di Eadweard Muybridge e Étienne-Jules Marey. Questi due fotografi si possono definire i primi veri pionieri della fotografia del movimento. Le loro strade, tuttavia, procedettero in due modi differenti: Muybridge cercò di catturare il movimento in fotogrammi separati e successivi. La lettura successiva dei suoi fotogrammi permette di ricostruire il movimento eseguito dal soggetto. Questa scansione lineare di immagini risulta però statica, una “lunga immobilità”. Tuttavia, il fatto che nei suoi lavori il movimento di possa leggere in maniera chiara tra di loro ha influenzato moltissimo le arti visive e le sue fotografie sono diventate oggetto di studio di pittori, scultori e di tutti coloro interessati a rappresentare la veridicità di un movimento.

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Eadweard Muybridge – Dancing Woman – 1887

Marey concepisce là rappresentazione del tempo più come flusso. Tra gli elementi non ci sono brusche interruzioni ma ogni istante si compenetra col successivo. Le sue sequenze sono realizzate fotografando ripetutamente il soggetto in movimento, sempre sulla stessa lastra (cronofotografia). Come conseguenza di tale invenzione, e di altre simili riguardanti tecniche di registrazione fotografica dei movimenti, Marey è considerato uno dei principali pionieri del cinema.

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Étienne Jules Marey – Flying pellican – around 1882


Quindi arriviamo ad un fotografo più vicino a noi, Anton Giulio Bragaglia. Il suo contributo è stato importante nel far sì che il movimento nelle fotografie venisse riconsiderato, non più come errore ma come una nuova componente estetica, un nuovo campo di ricerca. Nei suoi lavori possiamo scorgere pochi elementi riconoscibili in mezzo ad un turbinio di linee e di corpi che si dissolvono. Egli cerca di rendere l’essenza della vita attraverso il suo cambiamento costante, fotografa “la sostanza fuggitiva del tempo”. A volte i soggetti sfiorano la vera e propria astrazione.

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Anton Giulio Bragaglia – Violoncellista –1913


“Assetati dalla brama di nuovi ritmi di forma e di colore abbiamo trovato questi, per ora, nella trasformazione e nella deformazione prodotta ai corpi, dal movimento”.
Fratelli Bragaglia

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Anton Giulio Bragaglia – Figura in movimento

Citando Giovanni Ziliani, possiamo registrare tutti gli attimi temporali e lo svolgersi del movimento in modo continuativo, se teniamo l’obbiettivo fotografico sempre aperto. Questo tipo di registrazione ha la caratteristica di distruggere la materialità dei corpi e mostra come il movimento, analogamente al tempo, li consuma.

Vi è una contraddizione in questo, un paradosso: il massimo della scrupolosità analitica (tutto il tempo e tutti gli istanti sono registrati) porta ad un risultato che è l’opposto della chiarezza.

L’estrema analisi, si trasforma nel suo contrario.
Nei lavori di Ziliani l’ispirazione alle fotografie “movimentate” futuriste è lampante, i corpi diventano fantasmi, esseri sfuggenti, effimeri, come “onde”. Le figure non stanno ferme, sono mutevoli, hanno sì una sostanza, ma anche, contemporaneamente, la caratteristica cedevole della trasformazione. Ziliani stesso descrive i soggetti delle sue fotografie molto efficacemente: “la figura sembra soggetta, dopo un breve indugio nella sua identità, a dileguare, a trapassare in una nuova configurazione”.

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Giovanni Ziliani – Lotta – 1984 – Collezione privata


Nel suo saggio sul tempo, Ziliani continua: “La figura è un ponte che collega il passato al futuro: essa non deve congelare l’attimo, ma esprimere l’emozione palpitante del presente”.
Ma il passato e il futuro della nostra realtà hanno veramente lo stesso significato nella fotografia?
Philippe Duboise parla di atto fotografico come gesto di interruzione nella continuità del reale. Quando il fotografo decide di tagliare una determinata scena dal suo contesto, fa passare questa stessa immagine in un altro tempo, in un altra dimensione. Da un tempo evolutivo ad un tempo fisso, dall’ istante alla perpetuazione , dal movimento all’immobilità, dal regno dei vivi al regno dei morti. Questa caratteristica differenzia radicalmente la fotografia dalla pittura. Lì dove il fotografo “taglia”, il pittore “compone”; dove la pellicola fotosensibile riceve l’immagine in un sol colpo e su tutta la superficie senza che l’operatore possa cambiare niente in corso di esecuzione, la tela riceve progressivamente l’immagine. Un quadro potrebbe, teoricamente, continuare all’infinito, mentre una fotografia rimarrà immobile. Tuttavia, ribadisce Duboise, se l’atto fotografico riduce il corso del tempo ad un punto, non è chiaro come questo punto, questo breve lasso di tempo venga eternizzato. Si abbandona il tempo cronico, reale, evolutivo, il nostro tempo di esseri umani iscritti in una durata, per entrare nella temporalità simbolica della foto: infinita ma fissa.
E’ interessante notare come il “mosso” all’interno di una foto, quindi le fotografie scattate con tempi più lunghi, riescano ad assottigliare questa distanza tra realtà inorganica della fotografia e realtà organica della vita dell’uomo. In altre parole, l’impressione è che una fotografia scattata con un lasso di tempo più lungo riesca effettivamente a catturare meglio la vita ed a restituircela in maniera più fedele, più veritiera. A questo proposito si può citare anche Rodin che in un intervista afferma: “E’ l’artista che è veritiero ed è la fotografia che mente. Perché nella realtà il tempo non si ferma: e se l’artista riesce a riprodurre l’impressione del gesto che si compie in diversi istanti, la sua opera è certamente molto meno convenzionale dell’immagine scientifica in cui il tempo è bruscamente sospeso”.

A porre l’accento sul movimento del soggetto è un accorgimento che accomuna tutti i fotografi sopra citati, me compresa, cioè quello di porlo su uno sfondo uniforme, isolarlo dal contesto. Secondo Ziliani, lo sfondo unico può essere visto come il simbolo della nostra coscienza che registra il flusso della vita. La coscienza infatti è qualcosa che “ricorda” gli avvenimenti in maniera atemporale, in base alle sensazioni ricevute. Io ho scattato quasi tutte le mie foto su sfondo bianco con l’esatto intento di collegare lo spettatore all’universo del mio io interiore. Non solo per i ritratti, ma anche per le nature morte, per gli oggetti. Ne risulta una foto fuori dal tempo reale sì, ma comunque viva, espressiva. Capace, forse, di far capire qualcosa di me.

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Francesca Bartalucci – Scivolare – 2013

Il mio intuito mi ha spinto ad usare in alcune foto l’espediente del latte: una sostanza bianca in cui immergere le cose che per la fotografia restituiva una luce particolare e che per di più, sembra circondare gli oggetti di un alone primigenio. Quest’ultimo ricorda molto il contorno morbido che assumono le figure nei ritratti mossi e sfuocati.

Ho usato oggetti piccoli, semplici, come dei frutti, delle foglie, dei fiori secchi o soltanto carta ed ho aspettato che interagissero tra di loro creando combinazioni che mi avrebbero suscitato qualcosa.

L’elemento della casualità è il filo conduttore tra i ritratti e le composizioni di oggetti, in quando in entrambi è presente il piccola o larga parte.

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 Francesca Bartalucci – Senza titolo

L’uomo libero cerca di arricchirsi con ogni cosa e lascia che la vita di ogni essere, e sia pure un fiammifero spento, agisca su di lui”.

Wassily Kandinsky

Bibliografia:

  • Philippe Duboise, “L’atto fotografico”

  • Roland Barthes, “La camera chiara”

  • Giovanni Ziliani, “Il tempo”

  • Diego Mormorio, “Meditazione e fotografia”

  • Anton Giulio Bragaglia, “Fotodinamismo futurista”

  • Wikipedia alle voci “Eadweard Muybridge” , “Étienne-Jules Marey”

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