Appunti sulla Biennale di Venezia – 2013

<< Una delle idee portanti di questa esposizione è che bisogna riportare l’opera d’arte in prossimità di altre espressioni figurative sia per liberarla dalla prigionia della sua presunta autonomia sia per restituirle la forza di farsi interprete di una visione del mondo. […] Questa combinazione di materiali eterogenei non è una scelta gratuitamente polemica ma il tentativo di uscire da un’impasse: non si può relegare l’arte contemporanea a un territorio conchiuso. […] Per tornare ad essere uno strumento ermeneutico essenziale all’analisi e interpretazione della nostra cultura visiva, l’arte deve scendere dal piedistallo e avvicinarsi ad altre avventure esistenziali. >>

Così il curatore della Mostra Internazionale della cinquantacinquesima Biennale d’Arte, Massimiliano Gioni, spiega la sua scelta di affiancare autodidatti e clandestini dell’arte ed artisti professionisti e nomi noti del mainstream.

Dal mio punto di vista e dalle numerose critiche positive, questa scelta è risultata vincente. Durante la passeggiata all’interno dei padiglioni la curiosità viene continuamente stimolata dalle opere più diverse, ma si avverte sempre un filo conduttore di fondo, l’utopia della conoscenza universale. Infatti inaugurano l’ingresso al padiglione dell’Arsenale e ai giardini rispettivamente “Il palazzo Enciclopedico” di Marino Auriti e il Libro Rosso di Jung. In due modi diversi entrambe le opere sono accomunate dalla ricerca di una conoscenza profonda, a tutto tondo.

Così anche gli altri artisti esposti dialogano in modi differenti su tematiche comuni. Si va dai disegni-appunti frutto di indagini personali di Stefan Bertalan, ai disegni in polvere e sangue ossidato di Yüksel Arslan. Il primo, artista rumeno che nei suoi studi sulle chiocciole e sulle spirali focalizza l’attenzione sulle pressoché infinite possibilità rappresentative offerte da una forma elementare: nella sua visione del mondo, fantasiosa ed ampia, l’osservazione ravvicinata della natura fornisce un mezzo per l’espressione individuale. Il secondo, l’“artista-lettore” turco, definito così in virtù delle centinaia di opere filosofiche, storiche, letterarie con cui si è cimentato nel corso di sessant’anni di carriera. Arslan i presenta alla Biennale con le Artures, una selezione di oltre settecento opere costituite da palinsesti reinventati di storie religiose, trattati filosofici e tassonomie biologiche.

bertalan

Ștefan Bertalan

arslan

Yüksel Arslan

La visita continua con Eugene Von Bruenchenheim, un intellettuale a tutto tondo, la cui febbrile attività artistica venne alla luce solo post mortem. Dipingeva paesaggi fantasmagorici, costruiva torri con ossa di pollo, fotografava la moglie con costumi e scenografie sempre diversi. I soggetti dei suoi quadri, piante e mostri dalle forme ancestrali, mi ricordano le piccole statue dello scultore giapponese Shinichi Sawada; presente anche lui all’Arsenale. Nella sua biografia leggo che, affetto da una grave forma di autismo, parla a stento e preferisce esprimersi con le sue sculture: un bestiario in continua espansione di figure e maschere di creta, che ha iniziato a produrre nel 2001 mentre risiedeva in una struttura per persone affette da disturbi mentali. Ora Sawada vive autonomamente e si reca con regolarità nello studio in cima ad una montagna dove modella e cuoce i suoi lavori.

Eugene Von Bruenchenheim

Eugene Von Bruenchenheim

Eugene Von Bruenchenheim

Eugene Von Bruenchenheim



Shinichi Sawada

Shinichi Sawada

Subito dopo il palazzo Enciclopedico di Auriti, sul quale è stato detto tutto, si trova un’opera molto interessante, menzione speciale de La Biennale del 2013. “Belinda”, una scultura di grandi dimensioni che richiama il principio combinatorio delle catene proteiche, in una visione contraria alle abitudini del nostro pensiero. Roberto Cuoghi la crea per l’esposizione al Palazzo Enciclopedico, interpretando radicalmente gli aspetti fondamentali del mondo naturale.

Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi

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