Il pittore e il contadino.

Il buon contadino sa che per fare un buon raccolto dovrà avere pazienza ed essere gentile e ben disposto. Così il buon pittore sa che non può lavorare con rabbia, né spazientirsi, altrimenti non riuscirà a ottenere niente di qualità. Giorno per giorno, anno in anno, se tengono davvero al loro lavoro agiranno lentamente ma con convinzione; e, cosa non meno importante, con piccoli gesti quotidiani. Sanno che è questo il modo di fare per ottenere la qualità. Entrambi hanno questo obbiettivo: far crescere qualcosa. Essi sono anche consapevoli che ciò che crescerà non sarà destinato unicamente a loro, ma sarà un bene da condividere. Questo non li ingelosisce, tutt’altro! E’ motivo di grande responsabilità e di orgoglio. Inoltre li incoraggia nel proseguire il loro lavoro. Anche quando la società li addita come inutili loro sanno che gli intenditori capiscono. Che cosa? Che una buona società è una società che usufruisce con parsimonia di buone cose. Essi condividono un segreto che in pochi sanno (e quei pochi saranno certo tra gli intenditori): ciò che fanno non è soltanto un lavoro esteriore, ma è un lavoro prima di tutto interiore. Infatti, nessun prodotto può essere eccellente se le mani che lo hanno cresciuto non sono state guidate da uno spirito eccellente. E, naturalmente, uno spirito eccellente è uno spirito che ha lavorato a lungo su di sé. Mani che lavorano sono così allo stesso tempo cuori che meditano. Dunque pensavate che ci fosse tanta differenza tra di loro?

Due modi di essere e di pensare. I nostri due emisferi.


Quando mi sono trovata a studiare il cervello, mi sono accorta di quanto quest’organo rifletta il mondo in cui viviamo. Mi spiego meglio: proprio come due caratteri opposti si completano o come conoscenze differenti riescono a svolgere meglio un lavoro, così i nostri due emisferi celebrali (che sono esattamente la metà destra e la metà sinistra del nostro cervello) ci hanno permesso di sviluppare capacità che solo l’essere umano ha. Infatti, eccezion fatta per alcuni uccelli, scimmie e pochi altri mammiferi; gli emisferi celebrali delle creature terrestri sono essenzialmente simili, ovvero simmetrici, sia nell’aspetto che nella funzione. I nostri due emisferi al contrario hanno sviluppato funzioni asimmetriche. L’effetto visibile di questa differenza è l’essere destrimani o mancini, che ad oggi sembra esclusivo degli esseri umani e forse degli scimpanzé.
La lunga strada per la comprensione delle capacità dei due emisferi è iniziata circa due secoli fa con l’osservazione degli effetti di lesioni cerebrali sul linguaggio. Emerse che la perdita della parola si verificava molto frequentemente quando si lesionava l’emisfero sinistro, piuttosto che quando avveniva nello stesso modo a quello destro.
Da questo è stato dedotto che il linguaggio fosse una capacità propria dell’emisfero sinistro, che allora ha assunto un’importanza predominante sull’emisfero destro. La parola è una cosa così vitale per l’uomo che l’emisfero sinistro si è meritato la nomea di “primario” e l’emisfero destro è stato relegato a “secondario”. Fino addirittura alla seconda metà del novecento si pensava che l’emisfero destro fosse meno evoluto, con capacità minori, un “vestigio” (cit. J.Z.Young).
Per giungere a nuove scoperte sull’emisfero destro, gli scienziati dovettero studiare a fondo quel grosso fascio di milioni di fibre nervose che lega i due emisferi ed è chiamato “corpo calloso”. Ciò che lo rendeva curioso era che nonostante avesse una massa consistente, poteva essere asportato senza gravi conseguenze.
Negli anni ’50, in seguito a una serie di esperimenti su animali condotti da Roger W. Sperry e dai suoi allievi, fu dimostrato che una delle sue funzioni principali era di provvedere alla comunicazione tra i due emisferi, consentendo la trasmissione della memoria e dell’apprendimento. Negli anni ’60 altri studi analoghi su pazienti di neurochirurgia dettero importanti nuovi risultati riguardo al funzionamento dei due emisferi. Infatti si scoprì che entrambi sono implicati nelle funzioni cognitive e che ciascuno è specializzato in diverse modalità di pensiero, complesse e complementari.
I soggetti studiati erano persone che avevano subito gravi danni cerebrali in seguito a crisi epilettiche coinvolgenti entrambi gli emisferi. Come rimedio estremo, dopo che altri tentativi avevano fallito, era stato asportato loro il corpo calloso chirurgicamente. I loro emisferi risultavano così isolati, divisi. Questo tipo di intervento diede i risultati sperati e i pazienti riacquistarono la salute.
I test, sempre eseguiti da Sperry presso il California Institute of Technology, valgono la pena di essere descritti.
Si poté per prima cosa constatare come sia negli individui con cervello intatto sia in quelli con cervello diviso, la metà verbale, quella sinistra, svolge quasi costantemente un ruolo dominante. Tuttavia la parte destra del cervello ha reazioni emotive e un proprio modo di elaborare le informazioni. Infatti mentre le funzioni dell’emisfero sinistro sono verbali e analitiche quelle dell’emisfero destro sono non verbali e globali. Quest’ultimo ha un modo di elaborare le informazioni rapido, complesso, sintetico, spaziale e percettivo.
Jerre Levy rilevò inoltre che essi tendono a interferire l’uno con l’altro, entrando in conflitto, per cui uno cerca di fare ciò che l’altro “sa” di poter fare meglio; questo impedisce al nostro cervello di raggiungere le massime prestazioni. In altri casi possono cooperare mettendo in campo le proprie capacità specifiche, assumendo ognuno la parte del compito che meglio si addice al suo modo di elaborare le informazioni. Altre volte ancora operano singolarmente, cioè uno di essi è attivo e l’altro più o meno inoperoso. Sembra sia possibile persino ipotizzare che ciascun emisfero abbia un modo per “tenere per sé” delle informazioni.
Tutto ciò è più comprensibile se si illustrano alcuni dei test che vennero compiuti.
In uno per esempio si proiettavano due diverse immagini ai lati opposti di uno stesso schermo e si diceva al paziente di fissare il centro. In questo modo ognuno degli emisferi riceveva un’immagine diversa: l’emisfero sinistro vedeva l’immagine di un coltello alla destra dello schermo e l’emisfero destro vedeva l’immagine di un cucchiaio alla sinistra dello schermo. Quando veniva interrogato il paziente dava risposte contraddittorie. Se gli veniva chiesto cosa fosse proiettato sullo schermo, l’emisfero sinistro, articolato e sicuro di sé, induceva il paziente a dire “un coltello”. Ma poi, quando egli veniva invitato a prendere con la mano sinistra (corrispondente all’emisfero destro) l’oggetto che era stato proiettato da un gruppo di oggetti posizionati al di là di un apposita tendina, allora sceglieva un cucchiaio. A questo punto, alla domanda dello sperimentatore su cosa avesse scelto rispondeva: “Un coltello”. L’emisfero destro, sapendo che la risposta era sbagliata, ma mancando delle parole sufficienti a correggerlo, proseguiva il dialogo inducendo il paziente a scuotere la testa in silenzio. Di nuovo l’emisfero sinistro, sede del linguaggio, interveniva verbalmente domandandosi: “Perché scuoto la testa?”.
In un altro test per dimostrare come l’emisfero destro sappia meglio gestire i problemi spaziali, al paziente vennero date delle forme in legno con cui riprodurre una certa figura. I tentativi compiuti con la mano destra (emisfero sinistro) fallirono ripetutamente. La mano sinistra cercava di collaborare, ma la destra insisteva nel respingerla. Alla fine, il paziente dovette sedersi sulla mano sinistra per impedirle di entrare in azione.
Grazie a questi stupefacenti risultati, piuttosto recenti, oggi sappiamo che nonostante l’idea che si ha di essere un unica persona, il nostro cervello è “doppio”, come se avessimo due menti, due coscienze che hanno modi di apprendimento e di percepire differenti.

Quando siamo andati a scuola, tutti noi abbiamo ricevuto un insegnamento impostato su concetti numerici e verbali consequenziali, cioè un insegnamento che non prevedeva il potenziamento delle funzioni dell’emisfero destro. Da questo punto di vista, siamo molto arretrati. Usando l’emisfero destro noi comprendiamo le metafore, sogniamo, creiamo nuove aggregazioni di idee. Infine, è utilizzando le funzioni dell’emisfero destro che siamo in grado di disegnare ciò che percepiamo. Se ripensassimo all’organizzazione scolastica in maniera che possa offrire l’opportunità di potenziare entrambi i nostri emisferi, probabilmente potremmo ottenere risultati migliori in tutti gli ambiti della conoscenza umana.

Bibliografia:

  • J.E.Bogen, The Other Side of the Brain, 1969 e Some Educational Aspects of Hemispheric Specialization,1975
  • R.W. Sperry. Hemisphere Disconnection and Unity in Conscious Awarness 1968 e Lateral Specialization of Cerebral Function in the Surgically Separated Hemispheres, New York 1973
  • R.W.Sperry, M.S. Gazzinga e J.E. Bogen, Interhemipheric Relationships: the Neocortical Commissures, Amsterdam 1969
  • B. Edwards, Disegnare con la parte destra del cervello

Fusaggine

La voce di Lisa.

Fusaggine su carta. Io adoro la fusaggine. Mi sento bene pensando che non è altro che legno bruciato (fuliggine pressata insomma).
Molti la assimilano al carboncino ma la consistenza e l’effetto sono totalmente diversi. Esagerando la definirei come l’anello di congiunzione tra le tecniche pittoriche occidentali e quelle orientali. La spontaneità che si riesce ad ottenere si potrebbe ugualmente ottenere con un pennello cinese, senza tuttavia doversi sforzare di ottenere il segno perfetto al primo gesto. Infatti ammette errori, sporca. Questo mi piace, perché è la caratteristica che mi fa pensare che sia la tecnica adatta a trasporre l’animo umano su un supporto in modo da renderlo arte visiva.

immagine originale tratta da qui: http://www.lastfm.it/music/Lisa+Gerrard/+images/19969005

L’oggetto bizzarro.

Per la prima volta in questo blog un vero e proprio spaccato di psicologia. O meglio ” Teoria della percezione e psicologia della forma”, come si chiama il corso dal quale traggo gli argomenti che seguono. Vi sembra qualcosa di contorto? Ebbene, pareva anche a me, quando invece ho scoperto essere una materia che piuttosto illuminante. Ma arriviamo alla sostanza:
Come nasce l’atto creativo?
Per Freud l’atto creativo, di qualunque tipo, è una sorta di risposta a un trauma.  Di fatti i traumi influiscono moltissimo sull’opera d’arte. Prendiamo l’enorme trauma della nascita come esempio: una persona nevrotica è qualcuno che non riesce a superarlo, l’uomo normale cerca di superarlo aggrappandosi a certezze (spesso fittizie), l’artista invece, attraverso la sua attività, riesce a tornare nello stato di beatitudine originale. Una delle funzioni dell’attività artistica è infatti quella di elaborare i vissuti incontrollabili. Bion sostiene che nei casi di psicosi, ci sia una frattura tra individuo e realtà. L’individuo cerca di reagire dividendo quest’ultima in tanti piccoli “pezzi” in modo da renderla più sopportabile, più leggera. Quindi è la coscienza stessa del soggetto che si frantuma, perché è la nostra coscienza che ci fa percepire la realtà. Ecco che arriviamo a un punto interessante, o che almeno a me ha incuriosito molto: le parti della nostra coscienza delle quali ci liberiamo  sono proiettate nel mondo reale, espulse fuori da noi. Diventano così “oggetti bizzarri” (non scherzo, questo è il termine scientifico). Questi sono gli oggetti reali ai quali si aggiunge un frammento di personalità dal quale ci sganciamo.
Ecco spiegato perché per un pittore spesso è una sofferenza staccarsi da un suo dipinto, magari per venderlo. Lo stesso dicasi per gli altri artisti che producono qualcosa, mettendoci “il loro cuore” come si suol dire. Ebbene, dietro tutto questo c’è una seria indagine psicologica che si può ricondurre a un qualche trauma.
Forse anche questo piccolo blog è un oggetto bizzarro. Forse è per questo che ogni tanto sento il bisogno di rinnovarlo, di aggiustarlo un poco. Probabilmente è perché sta cambiando con me.
Nuovo titolo, nuovo giorno.
Alla prossima pillola di psicologia (chi lo sa),
Fraffi e l’Arte di appuntare la matita. Che poi sappiatelo, a volte è veramente dura ;)

Il paradiso di Zahra

Questo post, dopo tanto tempo che non aggiorno, vuole avere un sapore un po’ diverso dal solito. Raramente scrivo di qualcosa che non siano miei pensieri perché oggi come oggi ci sono poche notizie dal mondo circostante che ti toccano, ti impressionano, ti inteneriscono. Ci sono poche storie, disperse tra un grigio mare infinito, che si distinguono per i loro colori sgargianti, per la loro naturalezza nel venire alla luce. Per la loro incredibile spontaeità. Zahara’s Paradise mi ha sorpreso per questo. A guardarlo così, questo fumetto, non gli avrei dato un grande valore. Non perchè non abbia occhio; ma perchè, francamente, di fatti di cronaca ne ho piene le scatole e la testa. Come tutti. Beh, alla fine per un motivo o per un altro gli ho dato la sua chanche e ho fatto bene.
Il paradiso di Zahara’s non è soltanto un buon racconto di fatti di cronaca Iraniani, è soprattutto (e questo è il punto interessante), una vera e propria “celebrazione della vita”. Non ci sono altre parole per descriverlo. Quindi, se non volete perdervi una stupenda storia di amore per il prossimo e per la vita, vi consiglio questa graphic novel stupenda. Edita da Rizzoli.

Ancora il Natale.

Io amo moltissimo il Natale e penso anche voi. E’ bellissimo perché è una festa così sentita da tutti che ti fa sentire in compagnia. E le persone si riuniscono sempre, bene o male, nel periodo di Natale per rivedersi e festeggiare insieme. I regali sono una parte integrante di questa festa, non c’è che fare. Per quanto mi riguarda non vedo l’ora di scambiarli coi miei amici. Quest’anno (e spero anche per gli anni a venire) sono riuscita a fare tutto a mano o a metterci comunque una bella parte di mio. Ne sono molto soddisfatta. Per i regali più utili ho fatto ricorso a questo bel sito on line, che ti permette di caricare tuoi disegni sulle felpe. E’ una cosa che si potrebbe fare da un comune fotografo, ma in questi giorni qui fanno sconti pazzeschi, quindi ve lo consiglio proprio! ;)

Buon Natale. Ricordate che esiste sempre l’alternativa!

IL mio negozio on-line: See my store at Zazzle

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Rivelazioni.

Oggi mentre facevo un disegno anatomico ho realizzato una cosa che mi ha come illuminato. Ho capito perché amo disegnare e perché ne sento il bisogno. E’ strano come certe volte i pensieri che appaiono più banali possono rivelarsi piccoli miracoli. Ero realmente in croce con il solito dilemma dei soggetti da dipingere: spesso si vorrebbe rappresentare di tutto e altre volte niente, davanti a una tela le tue paure si mescolano. E non sono solo le paure comuni della difficoltà, della resa, del risultato, del punto da cui iniziare. Sono paure più profonde come per esempio non avere abbastanza tempo per dipingere tutto ciò che si vuole, la reazione delle persone a cui vuoi bene davanti a ciò che realizzerai, se ciò che farai avrà senso e ti porterà avanti nella tua ricerca. Ciò crea uno spaesamento incredibile che ti fa perdere di vista la strada giusta, il punto da cui eri partito. Le paure non si possono eliminare, ma oggi ho trovato il punto da cui ripartire ogni volta quando mi perdo.
Ho realizzato che ciò che vendi o regali a una persona quando fai un quadro non è il mero soggetto; ma te stesso. Pensateci: tutto ciò che lega i grandi pittori del passato era forse la loro tecnica? Era la loro fedeltà alla realtà? Era il loro gusto nell’equilibrare colori? Le loro opere erano soltanto decorative? No. Caravaggio ha rappresentato se stesso nella testa tagliata di mozzata di Golia, come Picasso rappresentava la frammentarietà della sua anima nelle sue opere cubiste e nei suoi personaggi urlanti. La grandezza quindi non è solo una questione di come decorare l’angolo di una casa, ma far intravedere la tua anima con ciò che fai anche se tu non ci sei fisicamente. E’ cosa ben difficile ma allo stesso tempo è la cosa più naturale a cui qualunque artista possa essere portato. Forse starete pensando che ho scoperto l’acqua calda. Per quanto mi riguarda è stata una manna dal cielo, da ora in poi so come lavorare :)

3 minuti.

Per fare uno schizzo della modella. Questi veloci esercizi restituiscono alla mano ciò che a volte si tende a perdere, la spontaneità. E’ proprio il gesto immediato che ti spinge ad imprimere la maggior espressività possibile alla figura. Al paesaggio. Al soggetto. Io lo trovo incredibile.

Mentre ero sull’autobus per tornare a casa c’erano due ragazzine del Liceo Artistico che parlavano del loro futuro.
-Tu che fai dopo?
-Mah pensavo ad animazione.
-Io non lo so, non so disegnare.
-Tanto non serve saper disegnare, fai tutto col computer.

Che triste, ho pensato. Non triste il fatto che loro non sapessero disegnare e adducessero come scusa che si può usare il computer; triste era il fatto che loro stesse venivano dallo stesso liceo che io ho frequentato con grandi fatiche, riuscendo però a prendere sempre il meglio e ad ottenere buoni risultati. Quanta differenza si può ottenere avendo un atteggiamento diverso.

Just Autumn.

Eccomi qua da voi, avvolta in una bella felpa di pile che sorseggio un thè bollente alla cannella. Nella playlist Rino Gaetano, i Sei Ottavi (ultimamente mi ci sono fissata :-) . Autunno, la mia stagione preferita. Freddo, freddo e ancora freddo, una buona motivazione per stare chiusi in casa. E quale passatempo migliore se non dipingere? Tra l’altro, la tanto già citata mostra si avvicina (data ancora da precisare), e nonostante avessimo parlato con gli altri partecipanti di farla verso gli inizi di Novembre, ho pensato: ” Perchè, a questo punto, non farla a Dicembre un pò prima del periodo Natalizio? Quando le vie si animano di persone che cercano regali e magari hanno un pò di tempo in più da spendere a guardare due quadri.” Mah, adesso lo propongo, non è un idea così ridicola. Mi sto divertendo, non solo perchè mi piace al pensiero che gli altri vedano il prodotto della mia passione ma anche perchè questa piccola opportunità mi ha fatto molto riflettere. Soprattutto sulla questione dello stile. Come mi diceva spesso un mio insegnante, ho la pecca di non seguire un filo attraverso i miei lavori. Ed è effettivamente così; disegno quello che mi va e quando mi va, facendomi influenzare nei modi più diversi, quindi non ci sono legami tra le varie cose che faccio. Riconosco la veridicità di tutto ciò ma il punto è che fin ora non mi è sinceramente intreressato di seguire uno stile o un percorso. Anzi ho sperimentato quello che mi passava per le mani e questo mi ha dato molte soddisfazioni. D’altra parte non è possibile fare una mostra così, perchè mi rendo conto che agli occhi degli altri ti devi rendere riconoscibile. Per quanto mi fosse difficile ho cercato di intraprendere un percorso che intrecci il mio amore per il figurativo a quello della sperimentazione dell’astratto. Ecco i primi lavori di questo percorso.

Perdonate la qualità ma non posso postare immagini eccessivamente grandi :) I quadri sopra sono acrilici su tela. Nonostante non li amassi per la consistenza e poca scorrevolezza del colore devo dire che li sto rivalutando, anche considerando che nel poco spazio di casa preferisco non usare l’olio. Necessitano di un pò di prove per prenderci la mano ma poi diventano per molti versi interessanti. Intanto consentono di ottenere i più svariati effetti a seconda di come li si diluiscono. E poi seccando in fretta ti costringono a velocizzarti e ti permettono di ripassare presto su un punto, senza temere che i colori si mescolino perdendo di lucentezza. Comunque per ora sto procedendo in questa direzione e non mi sta dispiacendo. Nel prossimo post vi darò sicuramente più notizie e dettagli riguardo ciò che sto facendo, per ora mi bastava aggiornarvi e farvi sapere che nonostante pause e disguidi sono sempre pronta a scrivere!
Ciao a tutti, alla prossima.  E, come sempre, grazie <3

Ma cos’è l’Arte Contemporanea?

E’ abbastanza oggettivo che oggi ci troviamo in una situazione in cui le arti contemporanee sono diventate il regno del qualunque-cosa-come tale. L’arte si identifica con il non-importa-che-cosa, assume qualsivoglia contenuto. Vi è una totale cofusione a proposito, una confusione che getta l’ignaro nel panico più totale e l’artista nello sconforto più totale. Non è difficile rendersene conto: questo è un processo storico enorme, comune al capitalismo e al denaro.
Viene da chiedersi: se tutto ciò che accade o potrebbe accadere è potenzialmente arte, la vita stessa è arte? E solo ciò che non accade sarà impossibile che diventi arte?
Non esiste una vera e propria risposta. Lo so, vi aspettavate che scrivessi proprio quella frase inconcludente e frustrante.  D’altra parte, come sostiene il mio prof. di Estetica (i cui libri sono le fonti per questo articolo*), questo è un dilemma che si potrebbe estendere ad altri argomenti, tra cui, non a caso, il sacro.
Il sacro e l’arte, vi sembrano due cose del tutto opposte? Ebbene, sono più simili di quanto pensiate. Proprio come non esiste un artistico in sè, non esiste un sacro in sè. Il più disparato insieme di cose può prestarsi alla sacralizzazione. Nè l’avanguardia radicale dell’arte nè il sacro chiedono una comprensione analitica. Chiedono “fede”.  Cioè di credere in ciò che propongono.
A questo punto lo spettatore non specialistico dice di “non capire”, ma spesso non c’è nulla da capire. Anzi, qualcuno dice che l’Arte Contemporanea è da…sentire. Ma resta il fatto che l’opera d’arte tende all’essere giudicata mediante la fede. Proprio in mancanza di criteri estetici oggettivi, di standard riconoscibili, la fede trova fondamento nella persona stessa dell’artista. E’ l’essere artista che legittima l’opera che fai.

Duchamp, La fontaine, 1917
Prendendo in esame il caso di colui che ha originato tutto, Marcel Duchamp, ci rendiamo conto che se fosse stato un operaio qualunque ad esporre per la prima volta un orinatoio decostentualizzandolo, probabilmente gli avrebbero riso contro. Egli infatti si era già affermato nel campo dell’arte e quindi poteva azzardare. In fine, c’è un altro dato importante che determina ciò che noi oggi conosciamo come arte contemporanea; lo stesso che determina l’ascesa e la rovina di ogni altro prodotto del mercato, cioè il suo pubblico. Il pubblico dell’arte è il primo propulsore del cambiamento di statuto dell’oggetto. E’ il popolo che decide in ultima istanza cosa è arte e cosa non lo è. Lo stesso Duchamp è chiaro al riguardo: la sua Ruota di bicicletta , non era esposta nemmeno come oggetto. Era un aggeggio utile all’artista per osservare la morfologia di una ruota in movimento. Solo dopo la gente l’ha scoperto e ha pensato che fosse qualcosa di cui parlare.


So che leggendo, qualche frase avrà suscitato un sorriso.  Proprio questa ironia, però, è una delle poche cose certe, una caratteristiche strutturale dell’arte contemporanea. Il suo spirito furbastro e provocatorio. E’ la clownerie. E quella dell’artista è la saggezza folle del comico, consapevole di creare equivoci naturali.

*Fonti e citazioni dalla Mosca di Dreyer, di Massimo Carboni